Chissà, magari la sua inconfondibile sagoma potrebbe anche sbucare dalla bruma padana da un momento all’altro. Pipa in mano, cappello ben calcato in testa e bavero alzato, Gianni Brera avrebbe una voglia matta di dire la sua sul Napoli champagne di Sarri, capolista in serie A, ma così poco ossequioso dei canoni del calcio all’italiana a lui così caro. 5965BB06 EAA6 46CB 9ACB 9399479D014A 640x320In fin dei conti era stato proprio lui a bollare il gioco innovativo del Milan di Sacchi come “eretismo podistico”: il suo modo di dire che a zona, pressing e fuorigioco preferiva difesa e contropiede, marchio di fabbrica dei nostri titoli mondiali, anche il quarto di Lippi, che non ha fatto in tempo a vedere. E buon per Tavecchio e Ventura che Brera abbia deciso, con troppo anticipo, di mettere a riposo la sua penna graffiante, che ben difficilmente avrebbe risparmiato gli ex presidente e ct della nazionale, rimasta senza Mondiale dopo 60 anni. Ne sono invece trascorsi già 25 dalla dipartita di Gioannbrerafucarlo – come amava appellarsi – scomparso in un incidente stradale tra Codogno e Casalpusterlengo, di ritorno da una delle sue zingarate gastronomiche. Padre dei neologismi che ancora oggi costituiscono il lessico calcistico, geniale ideatore di soprannomi rimasti nella storia – “Abatino-Rivera, Rombo di tuono-Riva, Bonimba-Boninsegna” per citare alcuni dei più famosi – Brera ha rivoluzionato il modo di raccontare il mondo della pedata, creando uno stile personalissimo, ineguagliabile. Carattere burbero, classe 1919, era nato a San Zenone al Po, in provincia di Pavia. Direttore della Gazzetta dello Sport a 30 anni – il più giovane nella storia del giornalismo italiano – Brera ha raccontato lo sport italiano per oltre mezzo secolo anche sulle pagine del Guerin Sportivo – celebre la sua rubrica dell’Arcimatto – il Giorno, il Giornale e la Repubblica. Protagonista anche in tv, con la Domenica Sportiva e Il Processo del lunedì. 948F775B 3152 4502 9D38 7BB0B950EFA0Impugnando la sua famosa Lettera 62 ha sfidato a duello nel nome del catenaccio gli illustri esponenti della “scuola napoletana”, Antonio Ghirelli e Gino Palumbo, sostenitori di quei giocatori tecnici ma poco pugnaci e per questo poco graditi a Brera, Rivera su tutti. Mai troppo tenero neppure con Sacchi,  ribattezzato “Righetto”, cioè uno scolaretto, Brera pagò invece pegno per Bearzot e i suoi azzurri: sbilanciandosi incautamente, alla vigilia del Mundial spagnolo dell’82 dichiarò che in caso di vittoria della nazionale avrebbe percorso a piedi la distanza tra la sua abitazione milanese e un santuario mariano in Lombardia. Detto fatto. Promessa mantenuta un mese dopo il trionfo di Madrid, con tanto di abito penitenziale e servizio fotografico. Amante della buona tavola, enologo e gastronomo, ha vissuto l’ultimo atto della sua vita proprio al ritorno da una cena con amici. Aveva 73 anni. In suo onore la storica Arena di Milano ne ha inglobato il nome dal 2002. L’epitaffio ideale lo ha scritto lui stesso: “Il calcio è straordinario proprio perché non è fatto di sole pedate. Chi ne delira va compreso, non compatito; e va magari invidiato. Il calcio è davvero il gioco più bello del mondo per noi che abbiamo giocato, giochiamo e vediamo giocare”.