Lui e la vita si sono presi sempre a pugni, ma solo l’ultimo cazzotto lo ha messo ko. Jake La Motta ha gettato la spugna a 95 anni, per colpa di una polmonite che non gli ha lasciato scampo in un ospedale della Florida, il suo ultimo ring. Classe 1922, figlio di un siciliano e di una campana, sette mogli a costellare la sua vita, Toro Scatenato era nato a New York, a cavallo tra la First Avenue e la Decima strada, zona di immigrati e di frontiera, dove i pugni impari ad usarli in fretta. jake lamotta 640x360Una regola non scritta alla quale non si era sottratto Jack, che aveva messo a frutto le asperità di una gioventù difficile cominciando a combattere a Philadelphia, dove la sua famiglia si era trasferita. Non sul ring, ma nei bar dove il padre lo portava a sfidare i coetanei, sfide rusticane con tanto di scommesse del pubblico, che alla fine gli permettevano di guadagnare 3 o 4 dollari ad incontro e di contribuire al menage familiare. Il prologo di una carriera che lo portò a diventare una leggenda della boxe, dal 1941 al 1954, disputando 106 match, con 83 vittorie, 4 pari e 6 sconfitte. L’apice della gloria coincise con la conquista della Corona mondiale dei Medi, strappata al francese Marcel Cerdan il 16 giugno 1949 a Detroit. Una sfida senza rivincita per la morte del transalpino in un incidente aereo alle Azzorre, mentre era diretto a New York per incontrare la sua amante, la cantante Edith Piaf. Il 12 luglio del 1950 la sfida col nostro Tiberio Mitri, sconfitto alla quindicesima ripresa. Ma a passare alla storia furono soprattutto gli incontri col suo più grande rivale, Ray Sugar Robinson, che La Motta sconfisse solo una volta, il 5 febbraio 1943 a Detroit. de niro lamotta 640x342L’ultimo fu il più memorabile, il più drammatico, “il massacro di San Valentino”, 14 febbraio 1951 a Chicago: un match durissimo, conclusosi solo alla tredicesima ripresa, con Robinson vincitore e La Motta ridotto ad una maschera di sangue. Grande rivalità, ma grande rispetto tra i due campioni, se è vero che Robinson fu testimone di La Motta al suo sesto matrimonio. “Se non te lo meriti non affronti sei volte il migliore. E lui lo era”, aveva sottolineato un giorno Jake. Una vita ricca e amara, per la scomparsa prematura dei due figli, sempre sul filo del rasoio, anche dopo la fine della carriera. Nel 1957 venne condannato a sei mesi di carcere per istigazione alla prostituzione, quando era proprietario di un Night Club in Florida. Tre anni dopo, invece, confessò ad una commissione d’indagine del Senato di aver disputato un incontro truccato dalla mafia. Jake La Motta è stato un romanzo da sfogliare dalla prima all’ultima pagina e la sua autobiografia, scritta nel 1970, ha dato modo a Martin Scorsese di trasportare il pugile italoamericano in celluloide, con le sembianze di Robert De Niro. Con “Toro Scatenato” nel 1981 De Niro vinse l’Oscar come miglior attore protagonista, per un’interpretazione capolavoro in un film straordinario per l’incredibile realismo delle scene. Un incrocio perfetto di storia e leggenda: in tre parole, Jake La Motta.