Anno primo con ripartenza post crisi tra i rancori, ma anche anno primo senza Giuseppe De Rita ad illustrare di persona il Rapporto Censis. Dopo 50 edizioni di fila, lascia al figlio Giorgio, Segretario Generale Censis, il compito di presentare il 51/mo dossier sulla situazione sociale del Paese, insieme al Direttore Generale, Massimiliano Valerii. E se l’istantanea del 2017 evidenzia una “sostenuta ripresa congiunturale” nel tribolato post crisi, è pur vero che “cresce l’Italia del rancore“. Sintesi efficace di un malumore e un malessere di fondo, dovuti al blocco della mobilità sociale, a causa della mancata distribuzione del dividendo sociale della ripresa stessa. L’87,3% del ceto popolare, infatti, è convinto che sia “difficile salire nella scala sociale“, pensiero condiviso dall’83,5% del ceto medio e dal 71,5% dei benestanti. Al contrario, sono tutti certi – chi più chi meno – che sia più semplice “scivolare in basso”, non proprio un inno all’ottimismo. Ecco perché – sottolinea il Rapporto – “il declassamento è il nuovo fantasma sociale“. Un peccato, perché davvero la ripresa ha mostrato sintomi significativi, a giudicare da tutti gli indicatori economici, con l’industria a fare da traino: più 2,3% della produzione nei primi sei mesi del 2017, la percentuale migliore fra i paesi europei. Dato che sale al 4,1% nel terzo trimestre. Unica eccezione gli investimenti pubblici, -32,5% nel 2016 rispetto all’ultimo anno prima della recessione. Il quadro d’insieme, però, resta nebuloso, manca in particolare la capacità di immaginare il proprio futuro, che è ancora incollato al presente. Non a caso nell’arco di 65 anni i giovani si sono ridotti di 5,7 milioni: “I giovani in Italia non contano perché sono pochi” ha sottolineato Valerii. Inoltre, nel 2016 la popolazione ha fatto registrare un decremento di oltre 76.000 individui, dopo il -130.061 del 2015. Brutte  notizie anche sul fronte del tasso di natalità, fermo a 7,8 per 1.000 residenti, con un nuovo minimo storico di neonati, appena 473.438. Nel frattempo il saldo migratorio non compensa più e pesano i trasferimenti di italiani all’estero, triplicati rispetto al 2010, mentre si prevedono oltre 3 milioni di anziani in più nel 2032, quando costituiranno il 28,2% della popolazione. In calo anche i laureati, solo il 26,2% fra i 30-34 anni. Le buone notizie arrivano, come sempre, dal turismo, domestico e internazionale, che ha raggiunto numeri da record: nel 2016 117 milioni gli arrivi, 403 milioni le presenze, il 49% del totale sono stranieri.

E ora ascoltiamo le valutazioni sul Rapporto di Giorgio De Rita e Massimiliano Valerii