La differenza tra il genio di Francesco Totti e quello di Andrea Pirlo, volendo, è racchiusa nel cambio di una vocale. ‘MaledettO’ è il tempo per il totem romanista nel momento del commiato dalla sua gente. ‘MaledettA’ è la punizione diventata il marchio di fabbrica del campione di Flero, che oggi, a 38 anni, dice addio al calcio giocato dagli States. Al di là dell’Oceano cala così il sipario su una carriera sublime, sgorgata da un talento purissimo, che ha fatto le fortune – lui interista sfegatato da bambino – prima del Milan e poi della Juventus. A2AB28C8 F279 48F5 B48F 26A4EF3FA2DA 640x401E sì che la sua squadra del cuore ci vede giusto quando lo acquista nel 1998 dal Brescia: è l’Inter di Ronaldo e Baggio, classe a tonnellate, contesto in cui il genietto bresciano ovviamente non sfigura, ma gli spazi sono, fatalmente, ridotti. Milano è piazza esigente, la pazienza è poca e nessuno se la sente di puntare subito sul ragazzo. Che l’anno dopo si fa le ossa a Reggio Calabria, in attesa di tornare ad Appiano. Il feeling col nerazzurro però non sboccia, nemmeno alla presenza di Marco Tardelli, suo mentore nell’Under 21. Andrea fa nuovamente armi e bagagli e riprende la strada per Brescia. Sembra un ritorno dal sapore amaro, una stroncatura delle ambizioni per chi sogna in grande e si ritrova punto e daccapo in provincia. Nessuno può immaginare, invece, che l’esplosione è ormai matura. Perché a Brescia Pirlo ritrova Baggio, ma soprattutto trova Carletto Mazzone, uno che coi giovani ci sa fare: per informazioni rivolgersi, ma guarda che caso, a Totti. Col Divin Codino in squadra, Mazzone ha l’intuizione geniale di arretrare Andrea, di farne il regista delle Rondinelle: aprile 2001, Juventus-Brescia 1-1, magia di Baggio su lancio col contagiri di Pirlo, l’essenza del calcio. Ne prende nota un altro Carletto, un segno del destino: quel giorno Ancelotti siede sulla panchina bianconera, ma a fine anno viene liquidato. Qualche mese dopo rileva Terim al Milan, dove da giocatore ha vinto tutto. E qui ritrova Pirlo, che l’Inter ha mollato definitivamente, cedendolo ai cugini per 35 miliardi: resterà uno dei più gravi errori della storia nerazzurra. Dopo una stagione di assestamento il ragazzo decolla e con lui i rossoneri, che nel 2003 alzano la Champions League a Manchester nella finale con la Juventus. Andrea consuma la sua vendetta in semifinale, eliminando l’Inter in un doppio derby ad altissima tensione. Non si fermerà più. Le vittorie arrivano a grappoli, tra coppe, scudetti e qualche delusione come Istanbul, dove nel 2005 il Milan regala al Liverpool una Coppa dei Campioni già vinta: ‘Ho seriamente pensato di lasciare il calcio, perché mi sembrava che non avesse più senso nulla’, confesserà poi. Un anno dopo la fortuna restituisce a Pirlo il maltolto e lo proietta sul tetto del mondo con la nazionale di Lippi: Berlino, 9 luglio 2006, l’Italia supera la Francia 5-3 ai rigori e conquista il quarto titolo iridato, Andrea segna il primo tiro dal dischetto. Dalla sbornia azzurra a quella rossonera è trionfo senza soste: nel 2007 arriva puntuale la vendetta di Atene sul Liverpool, ecco la seconda Champions della carriera. Nello stesso anno vince col Milan il Mondiale per club. Fuoriclasse assoluto, veste la maglia rossonera fino al 2011, quando vince il suo secondo e ultimo scudetto a Milano. Ancelotti non  c’è più, ora comanda Allegri, si dice che il feeling non sia il massimo, eppure si ritroveranno. Pirlo ha 33 anni, spesso è infortunato e si accomoda in panchina, per il Milan non è più inamovibile, e lui decide di non rinnovare il contratto. AD1A6300 959B 4ADF BD13 435E33F49618 640x359Antonio Conte, appena arrivato alla Juve, fa il suo nome, tra la perplessità generale di chi lo considera sul viale del tramonto. Invece è l’ennesima intuizione geniale che marchia la carriera di Andrea. Il romanzo in bianco e nero è affascinante, Pirlo continua a pennellare calcio e punizioni: arricchisce il suo già strepitoso bottino con altri quattro scudetti, tre con Conte, uno con Allegri, che nel 2014 piomba a Vinovo dopo il clamoroso strappo estivo tra tecnico e società. Ricominciano le voci sulla scarsa empatia con Max il livornese, ma vengono spazzate via da vittorie e record. Non arriva la Champions, che finisce nelle mani di Messi dopo la finale col Barcellona a Berlino, proprio il teatro del trionfo mondiale in maglia azzurra: allora lacrime di gioia, ora di amarezza. E qui chiude col grande calcio. Emigra negli Usa, dove regala gli ultimi squarci da campione con il New York City. Nella sua gara d’addio gioca i cinque minuti di recupero contro il Columbus Crew. Sì, Big Ben ha detto stop. È tempo di salutare il pubblico e riavvolgere il nastro di un’avventura fantastica. ‘Il mio percorso di atleta professionista finisce qui, grazie a tutti’, scrive il Metronomo su Twitter. ‘Ci mancherai, Maestro’ è la celebrazione della stampa americana. Già…