L’allarme diffuso dall’Organizzazione meteorologica mondiale, relativamente al fatto che la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera ha raggiunto livelli mai verificatisi sul pianeta se non tre o addirittura cinque milioni di anni fa, proietta speranze forti, e forse eccessive, sulla COP23. L’annuale “Conferenza delle parti della Convenzione dell’Onu sul cambiamento climatico” si tiene dal 6 al 17 novembre a Bonn, in Germania; la presidenza di turno è delle Isole Fiji, ma l’arcipelago dell’Oceania non sarebbe stato in grado di accogliere il summit. Si tratta della prima Conferenza dopo l’annuncio dell’uscita degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi che, siglato due anni fa in occasione della COP21, sancisce l’impegno di mantenere il riscaldamento globale entro un grado centigrado e mezzo, limitando le emissioni di anidride carbonica e dei gas serra equivalenti. Dalla COP di Bonn ci si attende l’avvio del processo di attuazione di tale accordo.

COP23, Bonn 2017La delegazione di Washington c’è, ma poiché l’amministrazione americana ha deciso di stralciare gli impegni sul clima presi dal precedente presidente Obama, è lì solo per dire: “Noi no, datevi da fare voi, se volete”. Ma l’altra anima degli Stati Uniti, quella che si sente ancora legata all’accordo di Parigi ed alla sua implementazione, è fortemente rappresentata a Bonn grazie al movimento We Are Still In. Composto da quasi 3.000 fra Stati (tra cui la potente California), amministrazioni cittadine, università, aziende ed altri attori, questo movimento non solo crede ancora nell’accordo, ma preme per mettere “nero su bianco” impegni precisi, ed ha il suo padiglione proprio nella zona in cui si svolgono i negoziati.

“Gli eventi climatici estremi ai quali abbiamo assistito di recente sono un forte promemoria di quello che è in gioco – ammonisce Manuel Pulgar Vidal, già presidente della COP21 di Lima e attuale leader del Programma Globale Clima ed Energia del WWF -. A Bonn dobbiamo mettere in moto la dinamica necessaria per accelerare l’azione climatica, e rafforzare gli impegni, in linea con il mantenimento del riscaldamento a 1,5°C. La COP23 sarà un grande banco di prova sugli impegni e sulla determinazione di chi ha sottoscritto e ratificato l’accordo di Parigi. Con la collaborazione di tutti gli attori e della società civile, i Paesi potranno superare questa prova”.

Mariagrazia Midulla, a Bonn per il WWF Italia in qualità di responsabile Clima ed Energia, aggiunge: “Il cambiamento climatico va veloce, mentre le azioni per limitarlo e contrastarlo sono lentissime. Eppure i campanelli d’allarme si moltiplicano in molte zone del globo, inclusi il Mediterraneo e l’Italia. Abbiamo alte potenzialità per farcela, ma occorre dire basta ai rinvii e addentrarsi nel nuovo percorso. Il WWF ha sempre chiesto che da subito, vale a dire prima dell’operatività effettiva dell’accordo di Parigi nel 2020, si mettano in campo azioni che permettano di ribaltare la situazione, facendo iniziare a scendere in modo significativo le emissioni”.

Sono altrettanto alte le aspettative sulla COP23 espresse da Greenpeace, secondo cui servirebbe una leadership forte e condivisa. “Nel giro di appena due giorni abbiamo visto come l’anidride carbonica sia schizzata a livelli record e come i governi di tutto il mondo non stiano rispettando le promesse fatte a Parigi – rimarca Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International -. Non c’è più tempo da perdere. Uragani, alluvioni e siccità non potranno che aumentare se i governi che si riuniscono a Bonn non decidono di tenere i combustibili fossili sotto terra. Possiamo ancora raggiungere l’obiettivo di contenere a 1,5°C il riscaldamento globale se tutti si impegnano”.

“Un rapporto pubblicato da Lancet conferma inoltre le peggiori preoccupazioni sull’impatto sanitario dei cambiamenti climatici. Una ragione in più per mettere in atto politiche coerenti con l’accordo di Parigi – aggiunge Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia -. L’Italia e l’Europa facciano la prima mossa alzando coerentemente gli obiettivi, ora inadeguati alla sfida, sia in Europa sia nella Strategia Energetica Nazionale“.