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Abu Abdallah è riuscito a portare via la sua famiglia dall’inferno di Aleppo (photo credit: Valerio Nicolosi)

Mazzi di menta ad essiccare pronti da mettere in valigia. Il loro profumo inebria l’aria calda e l’accuratezza con cui vengono confezionati commuove. Sono gli ultimi preparativi prima della partenza verso l’Italia – il 27 e 28 aprile – per alcuni dei profughi siriani che vivono nel Campo di Tel Abbas, nel Libano del nord, a soli 4 chilometri dal confine con la Siria. E’ il Progetto pilota ecumenico dei Corridoi Umanitari, frutto di un protocollo d’intesa tra Federazione delle Chiese Evangeliche, la Tavola Valdese e la Comunità di Sant’Egidio insieme ai Ministeri degli Esteri e dell’Interno.
Il progetto ha ottenuto 1000 visti umanitari e un viaggio in piena sicurezza e legalità, aggirando i barconi della morte e la straziante conta dei corpi in mare. Senza dimenticare l’annullamento del potere degli scafisti.
L’idea nasce da lontano, dal 3 ottobre 2013, quando la tragedia al largo delle coste di Lampedusa fece contare circa 400 vittime. Da lì nacque la volontà, racconta Silvia Turati, operatrice del progetto, di trovare un modo legale e senza pericoli per consentire a chi scappa dalla guerra di raggiungere un territorio sicuro dove ricominciare a vivere.
La selezione per rientrare nel progetto dei corridoi umanitari ha criteri molto stringenti: “Lavoriamo in rete e ci appoggiamo a delle ONG e associazioni locali e internazionali che ci passano delle liste di persone che vorrebbero partire per l’Italia – spiega Silvia Turati -. Ci basiamo fondamentalmente sul criterio della vulnerabilità dando, per esempio, priorità a donne sole con bambini o a giovani singoli perseguitati. Facciamo come minimo tre colloqui in cui raccogliamo tutte le informazioni: dalla storia personale a come sono arrivati in Libano, come era la loro vita in Syria e anche quali sono le loro competenze concrete da spendere poi in ambito lavorativo una volta in Italia, quali sono gli studi effettuati”.
Parte integrante dei colloqui è ovviamente la questione medico-sanitaria: chi parte deve avere un quadro clinico chiaro, come spiega Luciano Griso, responsabile di Medical Hope: “Dopo poco tempo che ha avuto inizio il nostro lavoro in Libano ci siamo resi conto che era necessario intervenire in qualche modo anche con le scarse risorse economiche che il nostro budget ci permette. Per cui abbiamo creato un sotto progetto che si chiama Medical Hope, all’interno del quale cerchiamo di aiutare i profughi con i quali veniamo in contatto fornendo medicine o pagando prestazioni sanitarie ed esami, o pagando ricoveri o interventi chirurgici o ancor di più intervenendo nella parte più fragile e vulnerabile del settore sanitario: quello delle cure per i tumori che non sono assolutamente coperte da nessuna organizzazione internazionale per i profughi. Quindi abbiamo pagato delle chemioterapie principalmente per i bambini. I casi più complessi cerchiamo di condurli in Italia e di farli curare lì”.

Grazie a questo progetto pilota, che ha visto partire il primo gruppo il 29 febbraio 2016, viene garantito alle famiglie siriane preselezionate un viaggio dignitoso e privo di pericoli. Questo è il lieto, purtroppo per pochi, di una storia che parte da lontano. Abu Abdallah (nella foto), di Aleppo, prossimo a partire verso l’Italia, racconta del suo viaggio verso il Libano: “Ancora adesso mi chiedo come abbiamo fatto ad arrivare qua in Libano, la strada è stata molto difficile, ci siamo dovuti organizzare con un mini bus, se fossimo rimasti ad Aleppo sono sicuro che sarebbe successo qualcosa ai miei figli, lo giuro su Dio. Quando la situazione è diventata insostenibile in città, abbiamo preso un pullman per 30 persone, ma in tutto eravamo in 100. Allora abbiamo tolto i sedili e ci siamo entrati tutti: nella mia famiglia siamo 10 ed eravamo nello spazio di due sedili, con i bagagli sul tetto. Riuscire ad arrivare in Libano è stato pericoloso: ad ogni città c’erano molti posto di blocco di milizie governative e noi venendo da Aleppo, che è un’area controllata dall’opposizione, avevamo molta paura ogni volta che ci chiedevano i documenti. L’unico modo per superare i posti di blocco e arrivare al confine era corromperli con il denaro”.
Nei prossimi giorni circa 125 persone, attraverso voli di linea, raggiungeranno le loro nuove mete tra Milano, Torino, Padova e la Calabria, dove i residenti sono stati preparati all’arrivo dei nuclei familiari siriani grazie agli operatori dei corridoi che lavorano sul versante italiano. Già, un altro tassello importante è quello del lavoro sulle comunità accoglienti: a loro viene raccontata la storia di queste famiglie, la loro provenienza, da cosa scappano e cosa cercano. Un modo semplice e dialogante per non far percepire l’arrivo dei profughi come un’invasione, ma appunto, come la richiesta di aiuto di una comunità ad un’altra comunità. E al momento le cose sembrano funzionare. Chissà se qualcuno se ne accorgerà.