L’economia circolare, intesa dall’Unione Europea prevalentemente per gli aspetti legati ai rifiuti e al loro riciclo e riutilizzo, è vista sempre più spesso dalle aziende come possibilità di avanzamento in ambito tecnologico. Del resto, sembra questa la via attraverso la quale i modelli di sviluppo sostenibile possono affermarsi, stando a quanto emerge dal convegno Fondi europei ed economia circolare: metodi e tool per lo sviluppo sostenibile (nella foto), organizzato a Roma da eunews.

Fondi europei ed economia circolare, Roma 30/10/17“Il primo obiettivo deve essere quello di produrre meno rifiuti. Vuol dire fare innovazione a monte, nei processi produttivi, e non solo a valle – afferma l’europarlamentare Simona Bonafé, relatrice del nuovo pacchetto di quattro direttive sul tema -. Premerò anche sul target del minore conferimento in discarica; gli Stati dell’Est Europa vi conferiscono, ahimè, il 90 per cento dei rifiuti. Ma l’economia circolare non riguarda solo il conferimento del rifiuto, bensì come si progetta il prodotto: più riciclabile, più riparabile, e così via. L’innovazione di prodotto è fondamentale, e si stanno innovando anche i modelli di business, come la sharing economy che è parte dell’economia circolare. L’Europa deve aiutare, in questi ambiti, le piccole e medie imprese; ci sono risorse europee a cui le PMI possono accedere, penso ad esempio ai fondi Horizon 2020. Certamente, serve un quadro di riferimento chiaro dal punto di vista normativo, che non cambi ogni cinque anni”.

Un raccordo fra politica e industria può essere rappresentato dal mondo accademico, come suggerisce l’esperienza che sta portando avanti, con altri, l’Università della Tuscia: “In questi mesi partecipiamo ad un progetto europeo di cui è capofila la Regione Lazio – spiega il rettore Alessandro Ruggieri -; l’obiettivo è sviluppare sinergie sull’economia circolare, trasferendo le buone pratiche industriali all’interno delle politiche regionali. Abbiamo fatto partire anche un altro progetto, sempre con fondi europei, cui partecipano altre università ed una trentina di aziende, per lavorare su diversi ambiti dell’economia circolare. Ormai c’è un’adeguata maturità nel modo della ricerca per rafforzare il legame con il mondo dell’industria, anche se non è facile individuare un meccanismo collaborativo; le finalità non sempre si sposano, ma deve esistere un linguaggio comune, altrimenti la ricerca è poco utile”.