La violenta ondata di maltempo dei giorni scorsi nel Nordovest con i disastri in Liguria e Piemonte, dove in pochi giorni è caduta la pioggia di sei mesi, riporta alla ribalta la questione del consumo di suolo e della fragilità del nostro territorio. L’evento alluvionale del 24 novembre, che sarà ricordato come uno dei più distruttivi dal 1994 ad oggi, spinge le associazioni ambientaliste a lanciare udissesto-foto-duen nuovo allarme sulla tutela delle aree a rischio idrogeologico.

Il Wwf ricorda che in Liguria -dove gli ultimi nubifragi hanno provocato danni stimati in 100 milioni di euro- quasi un quarto del suolo, il 23,8%, entro la fascia di 150 metri dagli alvei fluviali è stato consumato tra il 2012 e il 2015. Si è costruito dunque a ridosso e dentro i letti dei fiumi. Un esempio: in alcuni tratti del Vara -fiume già impazzito nel 2011- l’alveo attivo era largo 820 metri nel 1857, era ridotto a 370 metri nel 1974 e ora è di circa 140 metri. Ormai noto anche il caso di Genova, dove i corsi d’acqua sono stati cementificati, canalizzati e “tombati”, cioè coperti, nascosti.

E per il Piemonte situazione analoga: sempre negli ultimi tre anni secondo dati dell’Ispra si è registrato un ulteriore consumo di suolo del 9% vicino ai fiumi. Cementificazione avvenuta, sottolinea Legambiente, nonostante su 1206 comuni piemontesi ben 1131 abbiano aree a rischio frana o alluvione: si tratta del 93% del totale, con punte che arrivano al 99,2% nelle province di Cuneo e Asti.

In diversi rapporti l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale ha confermato la nostra vulnerabilità agli eventi atmosferici estremi. Quasi un quarto delle aree urbanizzate in Italia ricade nella mappa delle zone a rischio idrogeologico. Quest’ultimo riguarda circa 7000 comuni italiani e comporta ogni anno un pesantissimo bilancio economico, intollerabile quando è pagato anche con la vita. Da questo quadro emerge con evidenza che la sicurezza del territorio necessita di una grande azione infrastrutturale di carattere strategico da collocare al primo posto nelle priorità di spesa.

dissesto-foto-treLegambiente parla di “assoluta necessità di maggiori investimenti pubblici e privati in termini di prevenzione” con l’obiettivo di delocalizzare gli insediamenti in aree a rischio, promuovere la gestione agroforestale dei versanti, ripristinare le aree di divagazione fluviale e torrentizia. Si chiedono anche regole chiare per impedire l’ulteriore crescita del consumo di suolo e l’abbandono delle aree rurali. L’uso appropriato del territorio resta la migliore difesa dai rischi naturali, soprattutto in un contesto di fenomeni metereologici estremi caratterizzati da piogge intense in periodi di tempo sempre più brevi.

Il Wwf avverte che sul rischio idrogeologico come su quello sismico non si può più improvvisare e l’emergenza in aree del Paese come la Liguria e la Valle del Tanaro deve comportare maggiori sforzi. L’associazione ha anche stilato -rivolgendosi al Governo- un elenco di tre punti, tre impegni che possono essere presi fin da subito: basare le priorità di intervento sulla scala di bacino idrografico elaborate dalle Autorità di distretto; utilizzare l’intera cifra di 1,9 miliardi di euro della legge di Bilancio 2017 per la prevenzione e l’emergenza idrogeologica e sismica anziché destinare le risorse “a pioggia” per interventi non prioritari; infine appoggiare alla Camera l’emendamento salvasuolo al disegno di legge di bilancio 2017 approvato in Commissione Bilancio su proposta della Commissione Ambiente.