Per migliorare davvero la sicurezza del territorio italiano rispetto ad allagamenti, alluvioni e frane è necessario realizzare nuove infrastrutture, e ovviamente portarle a compimento. Servono 3.709 interventi per un importo complessivo di quasi 8 miliardi di euro, secondo l’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione del Territorio e delle Acque Irrigue (Anbi) sulla base delle indicazioni fornite dai 151 consorzi di bonifica e d’irrigazione aderenti. La regione con le maggiori necessità finanziarie, per progetti definitivi ed esecutivi, è il Veneto (circa 1.746.000 euro), ma il record per numero di progetti da realizzare appartiene all’Emilia Romagna, 942. Questi ed altri dati emergono dall’annuale Piano per la Riduzione del Rischio Idrogeologico.

alluvioneIl report dell’associazione fotografa una situazione del territorio che permane grave, ma dove qualcosa sta cominciando a cambiare grazie anche all’azione della Struttura di Missione presso la Presidenza del Consiglio #italiasicura. Rispetto all’anno scorso diminuisce il fabbisogno complessivo, da 8.022 a 7.961 milioni di euro, a testimonianza della realizzazione di alcuni interventi prioritari.

“L’attuazione del piano da noi presentato – rilancia Francesco Vincenzi, Presidente dell’Anbi – ridurrebbe progressivamente le conseguenze di sciagure di origine naturale, la cui violenza è accentuata dai cambiamenti climatici in atto e che annualmente costano circa due miliardi e mezzo per riparare i danni, senza contare l’incommensurabile valore delle vite umane. Non solo: sarebbe un importante fattore economico, dando vita a circa 50.000 nuovi posti di lavoro ed evitando i freni allo sviluppo, causati da fenomeni quali alluvioni e frane. Per questo, siamo orgogliosi di affermare che le progettualità messe in campo dai consorzi di bonifica e di irrigazione sono un importante asset per la crescita del Paese”.

Il Piano per la Riduzione del Rischio Idrogeologico, giunto all’ottavo report, si affianca al Piano Nazionale degli Invasi, risposta alle ricorrenti siccità che penalizzano l’agricoltura; si tratta di 2.000 progetti per la realizzazione di bacini perlopiù medio-piccoli, grazie ad un investimento ventennale di 20 miliardi di euro.

C’è poi il nodo, per molti aspetti il più importante, delle grandi opere idrauliche iniziate, ma incompiute. Sono 35 in tutta Italia e sono costate finora 650 milioni di euro, ma hanno bisogno di altri 775 milioni per essere efficienti ed uscire così dall’elenco dei tanti sprechi del Paese.
Emergono – in negativo – Campania e Calabria con sette opere incompiute a testa; seguono Lazio, Puglia e Sicilia (quattro incompiute ciascuna), Abruzzo (due), Molise, Sardegna ed Emilia Romagna (una). Si va dalla diga sul Melito, in Calabria, costata finora 90 milioni, ma completata solo al 10 per cento (cantiere sospeso con migliaia di posti di lavoro persi), alla siciliana diga di Pietrarossa (realizzata al 95 per cento, basterebbero 60 milioni di euro per completare l’opera, dando acqua ad 11.000 ettari che oggi soffrono la siccità), fino al sistema irriguo del fiume Alento, in Campania (spesi finora 34 milioni di euro, ma mancano le condutture per irrigare 1.600 ettari di territorio).

Massimo Gargano, direttore generale dell’Anbi, mette in guardia dal rischio dell’immobilismo: “Le regole vanno rispettate nell’interesse di tutti – puntualizza –, ma bisogna fare attenzione che la loro applicazione non diventi terreno per stucchevoli burocratismi, causa di ripetuti rallentamenti, che negano al territorio importanti infrastrutture per lo sviluppo”.