Anche la Russia, come i paesi occidentali, condanna il nuovo test atomico della Corea del Nord, ma il presidente Vladimir Putin ritiene inutili le sanzioni contro Pyongyang. Lo dichiara lo stesso leader di Mosca a margine del summit dei Paesi Brics (le maggiori economie emergenti), in Cina. “Al tempo stesso, insistere sull’isteria militare per risolvere il problema – aggiunge Putin – è senza senso, un vicolo cieco; un conflitto potrebbe portare ad una catastrofe globale”. Mentre la Russia, dunque, resta a guardare, tutti cercano di capire cosa abbia in testa il leader nordcoreano Kim Jong-un. E’ solo un pazzo che vuole portare il suo paese a schiantarsi contro la forza militare degli Stati Uniti d’America, o c’è dell’altro?

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by ruidanielbarrossss

Secondo David Kang, professore della University of Southern California, il 33enne Kim Jong-un si comporterebbe in effetti come un amministratore delegato molto dinamico, arrivato al vertice di un gruppo in grave crisi. In questa metafora, l’azienda sarebbe rappresentata dalla Corea del Nord ed i dipendenti sarebbero i suoi cittadini, i quali negli anni della stagnazione (durante la direzione di Kim Il-sung e Kim Jong-il) hanno sofferto la fame. L’anno scorso, sotto la guida del nuovo “top manager” (salito al potere nel dicembre del 2011), il pil della Corea del Nord sarebbe cresciuto, nonostante le sanzioni internazionali, del 3,9 per cento (il condizionale è d’obbligo, perché quando si tratta di Pyongyang tutto è opaco). Questo miracolo economico è frutto di un inizio di riforme di mercato. Ma allora, che senso hanno l’escalation nelle armi di distruzione di massa e la minaccia al gigante americano? E’ evidente che la minaccia è reale, nel senso che il “pazzo” asiatico può far male agli Stati Uniti; ma è altrettanto chiaro che un minuto dopo il suo paese sarebbe schiacciato.

L’obiettivo di Kim Jong-un sarebbe un altro e, in fin dei conti, quello più ovvio: riunire le due Coree, per rafforzare il suo paese dal punto di vista economico. La Corea del Sud, in questo momento, è “l’azienda rivale” che l’amministratore delegato spregiudicato vuole acquisire. E poiché questa è protetta dagli Stati Uniti, l’arma scelta da Kim è il ricatto. Giunto ai ferri corti, nessun presidente americano rischierebbe di doversi difendere da un attacco con armi nucleari solo per proteggere l’indipendenza di Seul. Alla fine, lascerebbe gli amici asiatici al loro destino. Kim punta a questo, ma per raggiungere l’obiettivo la sua minaccia deve essere reale e deve essere spinta fino all’ultimo gradino prima del non ritorno.
“Guardare al giovane Kim come ad un manager in affari è più utile che perdersi dietro discussioni sulla sua salute mentale”, conclude il professor Kang.

Dietro la strategia offensiva scellerata ci sarebbe poi una seconda ragione, anche questa molto banale, in fondo: proteggere la dinastia dei Kim. Il giovane dittatore nordcoreano ha osservato la fine di Gheddafi e di Saddam Hussein: costretti dalle sanzioni internazionali a rinunciare ai loro programmi nucleari, alla prima occasione sono stati deposti e uccisi. E’ giunto quindi alla conclusione che per un personaggio oscuro come lui, nel mondo moderno, l’unica protezione è possedere armi atomiche e minacciare di usarle; le sanzioni saranno il prezzo pagato dal paese per la sopravvivenza del leader.