L’ennesima caduta verticale per l’Hombre Vertical. Il sortilegio di Hector Cuper non si spezza neppure all’ottava finale giocata, persa come le altre sette. La resa del suo Egitto per 2-1 col Camerun, nell’atto conclusivo della Coppa d’Africa, è l’ultima stazione di una via crucis che, spesso per dettagli, non si è trasformata in una passerella trionfale.

Una sindrome da sliding doors, confermata dalla finale di Libreville, dove N’Koulou e Aboubakar hanno spazzato via i sogni del 61enne tecnico argentino, alimentati dal vantaggio di Elneny. Un supplizio di Tantalo iniziato più di 20 anni fa in Argentina, nel 1994, quando Cuper, alla guida dell’Huracan non riesce a vincere il torneo di Clausura, battuto nell’ultima partita dall’Independiente, che supera la sua squadra in classifica.

Un film con troppe cuper 5 maggio 640x401repliche, anche se due anni dopo la vittoria nella Coppa Conmebol con il Lanus – l’unica della sua carriera, a parte le due supercoppe di Spagna, ma con gare di andata e ritorno – sembra poter cambiare il corso della storia.

Niente da fare invece. Dall’Argentina alla Spagna stessa musica. Passato sulla panchina del piccolo ma sorprendente Maiorca, nel 1998 Cuper raggiunge la finale di Coppa del Re col Barcellona, ma il trofeo finisce in Catalogna.

L’anno seguente sfiora l’impresa, conquistando l’accesso all’ultima finale della storia di Coppa delle Coppe: di fronte, a Birmingham, la Lazio di Eriksson, che si impone per 2-1. Quella Lazio che solo 3 anni dopo gli riserverà un’amarezza ancora più grande.

In mezzo addirittura due finali di Champions League perse alla guida del Valencia: nel 2000 a Parigi nel derby spagnolo col Real Madrid, che si impone per 3-0, mentre l’anno dopo  il destino crudele ha le tinte del Bayern Monaco, che beffa il Valencia ai rigori a San Siro.

Roba da stendere un toro, ma don Hector rilancia e riparte proprio da Milano sponda nerazzurra. C’è da rilanciare un’Inter in affanno e sfiduciata, con Ronaldo convalescente. Missione compiuta sino al rettilineo  finale, il traguardo sembra a portata di mano, ma è un’illusione atroce.

Uscito  di scena in Coppa Uefa nella semifinale col Feyenoord, Cuper si gioca lo scudetto nell’ultima partita a Roma con la Lazio. E’ il 5 maggio 2002, i nerazzurri hanno un punto di vantaggio sulla Juventus e due sulla Roma. Sarà una Waterloo in salsa capitolina. Inter sconfitta 4-2 dopo essere stata due volte in vantaggio, le amnesie di Gresko, Poborsky spietato, le lacrime di Ronaldo, che amico di Cuper proprio non è e due mesi dopo porrà l’aut aut a Moratti: o io o lui. Moratti sceglie il tecnico, che sogna il riscatto.

Ma la sorte gli volta ancora una volta le spalle nella primavera del 2003: doppio derby col Milan in semifinale di Champions, due pareggi, ma i rossoneri vanno a Manchester a giocarsi la coppa con la Juventus grazie al gol segnato in trasferta e al miracolo di Abbiati su Kallon in extremis.

Pochi mesi dopo l’addio all’Italia, ma le delusioni continuano. Nuova tappa in Grecia e alla roulette il numero vincente non esce neppure questa volta: nel 2010 finale della coppa nazionale sulla panchina dell’Aris Salonicco, che si inchina per 1-0 al Panathinaikos. Cuper si rialza, l’Egitto lo chiama e sogna la Coppa d’Africa in virtù di un’eccellente tradizione: sono sei le finali consecutive vinte. La serie si interrompe domenica 5 febbraio 2017. L’Hombre Vertical sembra fatalista: “Non voglio dire che mi sono abituato, ma…”. Suerte don Hector.