15 milioni di visitatori fino ad oggi, un percorso di oltre 3 km a 60 metri di profondità. Parliamo delle Grotte di Castellana, vero e proprio tesoro naturale risalente a circa 100 milioni di anni fa. Situate nella Valle d’Itria nel comune di Castellana Grotte, a pochi chilometri da borghi incantevoli, come Alberobello, Cisternino, Polignano a Mare, offrono ai visitatori uno scenario stupefacente di stalattiti, stalagmiti, fossili, cavità, caverne dai nomi fantastici. Calcificazioni dalle forme e dai colori stupefacenti che sollecitano la fantasia di bambini e adulti. Forme che in ognuno di noi possono ricordare luoghi, volti od oggetti. Le Grotte di Castellana, un complesso di cavità sotterranee di origine carsica, si aprono nelle Murge sud orientali – a 330 m slm –, sull’altopiano calcareo formatosi nel Cretaceo superiore, circa novanta-cento milioni di anni fa. Le grotte si sviluppano per una lunghezza di 3348 metri e raggiungono una profondità massima di 122 metri dalla superficie. La temperatura degli ambienti interni si aggira attorno ai 18°C e sono visitabili tutto l’anno. Due gli itinerari disponibili: il primo della lunghezza di 1 km e della durata di cinquanta minuti, il secondo della lunghezza di 3 km e della durata di quasi due ore. Nel periodo estivo sono previste anche visite notturne. La scoperta delle grotte è relativamente recente. Nel 1938 i responsabili dell’Ente Provinciale per il Turismo di Bari richiesero all’Istituto Italiano di Speleologia di Postumia l’intervento di un esperto speleologo per compiere un sopralluogo in grotte già conosciute nel territorio, allo scopo di una loro utilizzazione turistica; tutte le cavità esplorate, però, si rivelarono di limitato sviluppo e inadatte allo scopo agognato. Il 23 gennaio 1938, lo speleologo Franco Anelli si calava nella Grave, l’unica grotta che avesse una comunicazione con l’esterno, il cui fondo era ricoperto da una grande quantità di rifiuti, che si erano accumulati nel tempo. Da lì Anelli proseguì l’esplorazione completata nel 1940 da un coraggioso operaio castellanese, Vito Matarrese, che raggiunse la Gotta Bianca, posta all’altra estremità delle grotte, lasciandoci così un itinerario sotteraneo da sogno.

La visita alle grotte inizia con la “Grave”, uno smisurato pantheon naturale, nella cui volta si apre un lucernario circondato da una corona di lecci e al cui interno traspare un lembo di cielo, dal quale piove un gigantesco cono di luce solare, che si muove con cadenze e con percorsi ricorrenti nell’alternarsi delle ore e delle stagioni; la luce sembra disegnare, dapprima, i contorni di un grande schermo bianco sulle precipiti pareti, quindi animare i lontani Ciclopi stalagmitici, simili a giganti marini emergenti dal caos di un mare in tempesta, esplora e scandaglia. La Grave è l’unica che comunica con l’esterno. La storia della Grave inizia nel Cretaceo superiore (novanta-cento milioni di anni fa), quando la Puglia era sommersa da un antico mare, nel quale vivevano vaste colonie di molluschi e vegetali marini. Per milioni di anni generazioni e generazioni di queste forme di vita si erano succedute le une alle altre e, morendo, i loro gusci svuotati e le loro carcasse si erano accumulati sul fondo del mare, formando un gigantesco deposito di fango e di sabbia, che con il suo lento ma continuo accrescimento si era via via compresso, fino a formare uno strato di calcare dello spessore di diversi chilometri. A partire da sessantacinque milioni di anni fa, il progressivo innalzamento delle terre aveva portato la regione al suo aspetto attuale e nella massa calcarea emersa, a causa della sua rigidità, si erano formate estese fratture, che l’avevano fortemente incisa. L’acqua eluviale d’intense precipitazioni, percolando nel sottosuolo aveva, poi, formato un’estesa falda acquifera sotterranea, tale da disciogliere gradualmente il calcare e di allargare le fratture; queste avevano finito per unirsi le une alle altre per il crollo della roccia frapposta, formando, così, piccoli condotti, via via trasformatisi in ambienti sempre più ampi.

Il viaggio prosegue al di là delle Colonne d’Ercole con la Caverna Nera, così chiamata per via di un fungo che ne ricopre le pareti. Qui è visibile la Lupa, una formazione rocciosa che ricorda la lupa capitolina. Proseguendo troviamo la Caverna dei Monumenti, la più grande cavità chiusa. Alta 40 metri, è detta dei Monumenti per via dei complessi stalagmitici che si innalzano dal suolo, simili a grandiosi gruppi statuari. L’ambiente successivo che si raggiunge attraverso il Corridoio dell’Angelo è la Caverna della Civetta, la cui sagoma è riconoscibile alla base di un gruppo stalagmitico e precede il Presepe, un gruppo di rocce che ricordano la scena della natività. Dopo la Caverna del Precipizio, dove inizia il percorso di ritorno breve, si giunge nella Caverna della Fonte, prima di arrivare alla Caverna dell’Altare, così denominata per via di alte e sottili stalagmiti che somigliano a dei ceri. Qui inizia il Corridoio del Deserto lungo 450 metri e ricco di stallatiti. Qui possiamo ammirare il Duomo di Milano, alla cui sommità si riconosce la Madonnina, e l’ampia Caverna della Grotta Rovesciata o della Torre di Pisa, caratterizzata da una grande stalagmite inclinata, la cui sommità giace al suolo. A seguire troviamo la Caverna della Cupola, una vasta cavità caratterizzata dalla volta che si inarca a formare una cupola naturale. Presenta al suo imbocco, in alto, una formazione semicircolare denominata il Baldacchino. Da qui si giunge a quella che secondo noi è la cavità più bella, la maestosa Grotta Bianca. Un piccolo bacino, un tempo ricolmo di acque di stillicidio, mostra ora tutta una gemmatura di cristalli che ricopre il fondo e le pareti di questo minuscolo, ma spettacolare laghetto. Bianche e diafane stalattiti nelle quali la luce si riflette, rivestono ogni angolo della caverna. Di fronte lo scenario finale: due alte, imponenti colonne sembrano sorreggere la volta dell’ultimo ambiente, in ogni dove adorno di bianche stalattiti e di concrezioni coralloidi.

All’interno delle Grotte di Castellana c’è una ricchissima fauna cavernicola tra cui nuove specie endemiche quali i crostacei isopodi Murgeoniscus Anellii e Castellanethes Sanfilippoi; lo pseudoscorpione Hadoblothrus gigas; il coleottero pselafide Tychobythinus anelli e il coleottero carabide Italodytes stammeri. Tra l’altro è particolarmente diffuso nelle nostre grotte, l’ortottero Troglophilus Andreinii, una specie di cavalletta cavernicola che i più fortunati possono avere la fortuna d’incontrare durante la visita alle grotte. L’animale più caratteristico delle grotte è senza dubbio il pipistrello, unico mammifero capace di volo attivo; non possiede ali, ma si serve di una sottile e fragile membrana sottesa dalle lunghe dita dell’arto anteriore, ed estesa fino all’arto posteriore e talvolta fino alla coda.

Sono molte le leggende e i misteri che avvolgono le Grotte. L’imbocco della Grave, la profonda voragine d’ingresso delle grotte, incuteva da sempre un senso d’angoscia e di paura a quanti percorrevano la non distante strada di campagna, soprattutto all’imbrunire, quando poteva accadere di veder uscire dall’abisso, assieme ai pipistrelli che svolazzavano nei campi a caccia di insetti, dei vapori, ritenuti dai superstiziosi viandanti le anime dei suicidi, che, trovata la morte nella Grave, tentavano inutilmente di salire al cielo. Vincenzo Longo (1737-1825), umanista e giureconsulto castellanese, forse fu il primo uomo a scendere nella Grave assieme a una numerosa comitiva di giovani coetanei. Il ricordo dell’impresa, arricchito da molti e diversi particolari, si perpetuò nella memoria dei testimoni dell’epoca e da questi fu tramandato alle generazioni successive.

Per tutte le informazioni, gli orari di apertura e i prezzi www.grottedicastellana.it

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