Berlusconi GazzaL’elicottero Agusta 109 si è rialzato in volo ieri all’ora di pranzo da Milanello, dove ora si parla cinese. Era atterrato nel quartier generale rossonero il primo marzo 1986, vigilia di un Milan-Verona poco esaltante: finirà 1-1, in panchina Nils Liedholm. A bordo, col fedelissimo Adriano Galliani e il figlio Pier Silvio, Silvio Berlusconi, che ha appena rilevato per 20 miliardi una società sull’orlo del precipizio dopo la gestione Farina. Nessuno in quel momento osa immaginare che quel Milan così malmesso sta per iniziare la scalata al tetto del mondo: 29 trofei in 31 anni e 7 Palloni d’Oro. Nemmeno il portiere della Juventus Stefano Tacconi, che il 18 luglio commenta con ironia l’arrivo, sempre con gli elicotteri, del nuovo Milan, accompagnato dalla “Cavalcata delle valchirie” alla presentazione ufficiale all’Arena: “Gli serviranno per scappare dai tifosi inferociti”. Mai profezia calcistica si rivelerà più sciagurata: il calcio italiano sta per cambiare proprio grazie al nuovo patron rossonero, che organizza la società in modo esemplare. Al Diavolo targato Finivest, infatti, basta un campionato di assestamento prima di decollare definitivamente. L’anno successivo, grazie all’intuizione di Arrigo Sacchi Berlusca Sacchi 640x391e ad una campagna acquisti faraonica, il Milan torna a vincere lo scudetto dopo 9 anni, capitanato da Franco Baresi e preso per mano da Gullit. ColBerlusconi Capello pieno recupero di Van Basten e l’arrivo di Rijkaard nasce il Milan dei Tre Olandesi, che porterà in dote due Coppe dei Campioni e due Intercontinentali. E quando il feeling con Sacchi tramonta, ecco un’altra intuizione, Fabio Capello. Il ciclo sembra interminabile: 4 scudetti in 5 anni e una Champions, oltre a coppe e coppette assortite. Un altro tricolore glielo regalerà Alberto Zaccheroni, forse il tecnico meno amato da Berlusconi. Sembra il canto del cigno, invece ecco spuntare all’orizzonte Carletto Ancelotti, pilastro del Milan sacchiano: uno scudetto, due Champions League e un Mondiale per club, solo per citare i trofei più importanti. L’ultimo campionato porta la firma di Massimiliano Allegri, di cui però non condivide del tutto le scelte tattiche. Amante del “bel giuoco”, Berlusconi detta i comandamenti ai suoi tecnici, come il trequartista dietro alle due punte. L’ultimo allenatore è Vincenzo Montella, che gli regala il trofeo d’addio: la Supercoppa Italiana a Doha, dove il Milan supera la Juventus tritatutto ai rigori. Ma è già un pezzo che la società è in vendita, tra un affarista e un finanziere, tutti di provenienza orientale, che si defilano uno dopo l’altro. Il closing viene annunciato per mesi e puntualmente rinviato, i tifosi spaesati mormorano, nel mirino finisce soprattutto l’onnipotente Galliani. Anche perché, nel frattempo, i dirimpettai dell’Inter sono diventati cinesi con un’operazione lampo e Suning promette mirabilie. Poi spunta il nome giusto, Yonghong Li, cinese ovviamente. Dopo 8 mesi arriva il sospirato closing: è il 13 aprile 2017. Un comunicatBerlusca ancelottio di 21 righe sancisce il passaggio alla nuova proprietà e la fine dell’impero Berlusconi a tinte rossonere. Per un capriccio della sorte, alla vigilia di Pasqua si gioca il primo derby tutto cinese della storia meneghina, ore 12,30, per regalare il prime time a Pechino. Moratti e Berlusconi non abitano più qui. “Berlusca cinese 1Torneremo a dominare”, promette il nuovo condottiero del Milan. “Faremo del Milan la squadra più forte del mondo” aveva assicurato Berlusconi in quel lontano 1986, proclama accolto da ironie varie e sorrisi di scherno. I fatti gli hanno dato ragione. E in questi 31 anni i tifosi hanno potuto ammirare, tra gli altri, Baresi, Maldini, Tassotti, Van Basten, Gullit, Rijkaard, Donadoni, Boban, Savicevic, Papin, Desailly, Schevchenko, Nesta, Pirlo, Kakà, Seedorf, Ibrahimovic, Donnarumma. L’epopea si chiude, il sipario cala. Resta la storia. Irripetibile.