Il sipario cala nel cuore della notte. Mentre il popolo granata mastica amaro per l’ennesimo derby perso, l’ennesima stracittadina non da Toro, l’ennesima occasione persa, si chiude bruscamente l’era Mihajlovic. È quasi l’una quando squilla il cellulare del tecnico serbo, appena rientrato in hotel e ancora furioso per la decisione di Doveri di non annullare il raddoppio della Juventus, nonostante il consulto Var, per l’entrata di Khedira su Acquah. La voce del direttore sportivo, Gianluca Petrachi, gli comunica l’esonero deciso dal presidente Urbano Cairo, deluso da una stagione ben al di sotto delle aspettative: al giro di boa il Torino è solo decimo in classifica, dieci sono pure i pareggi, a fronte di appena cinque successi, quattro le sconfitte, cinque le lunghezze che lo separano dalla zona Europa League, ma la concorrenza è nutrita e agguerrita. CC62969C 6F51 4BA9 8F79 21CC70FCE861 640x355Il Toro, insomma, finora ha zoppicato, non ha mai convinto, non ha mai dimostrato di possedere un’identita precisa, di saper sviluppare un gioco brillante. Sprazzi di carattere qua e là, esibiti dopo qualche sfuriata del tecnico, ma come grinta e determinazione siamo lontani anni luce dalla tradizione granata, tutta cuore e orgoglio, capace di mettere spesso alla frusta la più elegante e ricca Signora sotto la Mole. Il derby, che prima era una prateria ideale per il Toro pronto a caricare la Zebra, è diventato un incubo, tra successi rarissimi e beffe sul gong. Un andamento inaccettabile per i fedelissimi della Maratona. Gli alibi non sono mancati, certo, a partire dall’annata sfortunata di capitan Belotti, bersagliato dagli infortuni e scosso dal fallimento azzurro in chiave Mondiale. Ha pesato anche il rendimento insufficiente di alcuni giocatori come Niang, voluto fortemente dal tecnico. Ma non basta a spiegare il flop attuale. E qui è impossibile non chiamare in causa Mihajlovic, che non si è dimostrato all’altezza. Accompagnato da una fama sproporzionata rispetto ai risultati ottenuti in panchina, il tecnico ha collezionato un altro esonero dopo quello al Milan. Peraltro, anche in quel caso, dopo un ko con la Juventus, senza dubbio la sua bestia nera. Nessuno ne mette in dubbio “l’impegno e la passione” – come sottolineato nel comunicato ufficiale del Torino e testimoniato dai giocatori che lo hanno salutato con affetto – ma sorge il sospetto che queste due qualità siano di gran lunga superiori a quelle tecniche. Lasciamo parlare i dati. Dopo l’esperienza di vice di Mancini all’Inter – la squadra dove ha chiuso la carriera da giocatore – nel novembre del 2008 Sinisa subentra ad Arrigoni sulla panchina del Bologna, ma l’esperienza dura appena cinque mesi. Più positiva l’avventura a Catania, dove guida la squadra al 13/mo posto, stabilendo il record di punti degli etnei in A, battuto poi da Maran. Ma Firenze chiama e Mihajlovic risponde presente: nona posizione il primo anno – con 15 pareggi – ed  esonero a novembre nella stagione successiva. Nel maggio 2012, però, viene nominato ct della Serbia, fallendo però la qualificazione ai Mondiali in Brasile del 2014. Altro giro, altra piazza: nell’autunno 2013 sbarca a Genova sponda Samp, dove aveva giocato 4 anni. Nella stagione successiva chiude l’andata al terzo posto, ma scivola al settimo a fine anno e va in Europa League solo perché il Genoa è sprovvisto della licenza Uefa. EC8119C6 79B7 4779 8DAF 2337EACDA2D7 640x426Poi il grande salto al Milan. Lancia Donnarumma e, grazie anche ad un tabellone non irresistibile, si qualifica per la finale di Coppa Italia. In campionato però i rossoneri stentano, il gioco non decolla, il feeling con Berlusconi neppure e arriva l’esonero. Mihajlovic ha voglia di riscattarsi e il Torino sembra l’occasione giusta, c’è da sostituire Ventura appena nominato ct della nazionale. La squadra però va a corrente alternata nonostante i gol di Belotti e si classifica al nono posto. Il resto è storia di oggi e per il Torino adesso fa rima con Walter Mazzari, reduce dalle esperienze poco gratificanti di Inter e Watford dopo gli ottimi campionati a Napoli. A lui il compito di ravvivare il sacro fuoco granata. Che non sarà il famoso “quarto d’ora granata”, ma sarebbe già qualcosa, almeno per ritrovare il vecchio spirito e provare ad infastidire la Juve nel prossimo derby. Sinisa, difeso dai familiari sui social, ha tutto il tempo di rifarsi. A patto di capire che urla e pugni sul tavolo non bastano. Servono più idee. Specie se guidi squadre di rango.