Oggi le risorse del pianeta sono finite. Proprio così, il 2 agosto è l’overshoot day del 2017, il giorno in cui il consumo di risorse da parte dell’umanità supera quello che la Terra può produrre in un anno. Da tempo consumiamo più di quanto possibile, ma l’overshoot day non era mai arrivato così presto.

1999aae9b5a9e46b475171b65364dfade335dbb7 612x1024Ogni anno, il Global Footprint Network calcola l’impronta ecologica dell’umanità (vale a dire le nostre necessità di utilizzare risorse dalle aree agricole, dai pascoli, dalle foreste, dalle aree di pesca e lo spazio utilizzato per le infrastrutture e per assorbire il biossido di carbonio), e la confronta con la biocapacità globale, ossia la capacità dei sistemi naturali di produrre risorse e assorbire l’anidride carbonica. Secondo questi dati, dagli inizi di agosto sino alla fine dell’anno soddisferemo la nostra domanda ecologica dando fondo alle risorse e accumulando gas ad effetto serra nell’atmosfera. Il primo anno in cui l’overshoot day è andato sotto i 365 giorni dell’anno è stato il 1971, quando la giornata della fine delle risorse è caduta il 21 dicembre (da allora continuiamo a delapidare il capitale naturale), nel 1981 è caduto il 12 novembre, nel 1991 l’11 ottobre, nel 2001 il 23 settembre, nel 2011 il 5 agosto e, in questo 2017, appunto, il 2 agosto. Con il Global Footprint Network collabora da anni il WWF, nella stesura del Living Planet Report. Per Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia, “in questa situazione è urgente dare immediata concretizzata agli accordi presi in sede internazionale per migliorare lo stato del sistema Terra e provare a sanare l’enorme debito ecologico che abbiamo con il nostro pianeta, i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti”. “È urgente attivare l’Agenda 2030 con i suoi 17 obiettivi di sviluppo sostenibile – prosegue Bologna -, considerandoli in maniera interconnessa, e impostare una nuova economia capace di seguire i processi circolari della natura, che la nostra visione economica dominante ha purtroppo trasformato in processi lineari con la produzione di scarti, rifiuti e inquinamento”. “Il cibo produce il 26 per cento dell’impronta ecologica globale – evidenzia Marta Antonelli, research programme manager della Fondazione Barilla -; se dimezzassimo lo spreco alimentare, mangiassimo alimenti a basso contenuto proteico e seguissimo una dieta adeguata in termini di calorie assunte, potremmo ridurre l’impronta ecologica globale del 22 per cento, spostando la data del prossimo overshoot day di ben 42 giorni”. Lo spreco alimentare non è l’unico fattore del quale tenere conto nel nostro processo di cambiamento, lo è anche il “come” il cibo viene prodotto. A livello globale, il settore agricolo produce il 24 per cento dei gas a effetto serra (più del settore industriale o dei trasporti) e quasi il 40 per cento della superficie terrestre è sottoposta alle attività agricole e zootecniche, con una porzione di suolo idoneo alla coltivazione pari a 4,4 miliardi di ettari (ossia 146 volte l’Italia). La stessa attività agricola consuma il 70 per cento dell’acqua dolce che preleviamo. Proprio sul “come” il cibo viene prodotto si focalizza l’analisi del Food Sustainability Index, l’indice creato da Fondazione Barilla e The Economist Intelligence Unit che analizza 25 Paesi rappresentanti oltre i 2/3 della popolazione mondiale e l’87 per cento del Pil globale. Secondo l’analisi dell’Index è la Francia, soprattutto grazie alle sue innovative politiche contro lo spreco e per l’approccio equilibrato all’alimentazione, il Paese al mondo che produce il “cibo più buono” sulla base di tre elementi: agricoltura sostenibile, alimentazione, spreco alimentare. Seguono il Giappone e il Canada, grazie alle loro politiche in tema di agricoltura sostenibile e nella diffusione di regimi alimentari corretti ed equilibrati.