Non è tempo di miracoli, ma di un verdetto atteso 43 anni. E’ a Fatima, oltre 2.100 km da Brescia, che la polizia portoghese ha fermato Maurizio Tramonte e si è consumato l’ultimo atto del processo per la strage di Piazza della Loggia: 28 maggio 1974, 8 morti e 102 feriti. giornaleMeno di 24 ore prima la Cassazione ha sancito l’ergastolo per l’ex militante di Ordine Nuovo ed informatore dei Servizi Segreti e per Carlo Maria Maggi, che del movimento di estrema destra è stato il referente per il Triveneto negli anni 70. 65 anni, zainetto in spalla, Tramonte risultava irreperibile al telefonino, ma il Ros non lo aveva perso di vista un istante negli ultimi mesi. Già segnalato a Lourdes nel periodo di Pasqua, alcuni giorni fa aveva intrapreso un viaggio in Francia e Spagna, prima di spostarsi in Portogallo, nella zona del noto santuario mariano. Nessun dubbio sulle intenzioni: “Sono qui per un percorso spirituale” ha chiarito Tramonte, che non ha mai smesso di credere nell’assoluzione. Ora restano da espletare le procedure di estradizione per l’ex fonte Tritone dei Servizi, che dovrà scontare la condanna in carcere a differenza di Maggi. Ultraottantenne e malato da tempo, il medico che vive a Venezia, ha ottenuto la sospensione dell’ergastolo per motivi di salute e la pena è stata commutata negli arresti domiciliari. “So che sta male e se la legge lo prevede è giusto che Maggi non vada in carcere”, ci aveva raccontato poco tempo fa Manlio Milani, 79 anni, presente alla lettura della sentenza, che a piazza della Loggia ha perso la moglie Livia ed è presidente dell’associazione “Casa della Memoria”. Il cruccio è un altro. “Mi basterebbe che rivelasse quale disegno c’era dietro la strage, chi erano i veri mandanti, vorrei un’ammissione delle responsabilità”. maggi tramonteChissà, forse arriveranno anche quelle, ma oggi che un punto, sotto l’aspetto processuale, è stato messo, Milani si sente più sereno e lo ha confessato davanti a microfoni e taccuini, guardando quella stele eretta nel cuore di Brescia, a perenne ricordo di un avvenimento che gli ha stravolto la vita. Per decenni buio pesto, le assoluzioni, nessuna risposta. Poi bagliori di luce, quando nel 2014 la Cassazione ha ordinato un nuovo processo per Maggi e Tramonte, quindi l’ergastolo comminato nell’appello bis di Milano, quando i giudici avevano parlato di “strage sicuramente riconducibile alla destra eversiva”. Adesso che tutto è finito, non serve riavvolgere il nastro per comprendere la portata della tragedia, ma riascoltare le parole del procuratore generale della Cassazione, Alfredo Viola, durante la requisitoria. “Sono troppe le reticenze e i depistaggi che hanno percorso le indagini sulla strage, come se la coltre di fumo sollevata dall’esplosione della bomba, la mattina del 28 maggio di 43 anni fa, non si fosse dispersa, ma si fosse invece propagata sull’Italia intera”. E ancora: “E’ stato un processo complesso, ma non impossibile ed è possibile accertare le responsabilità. Ci sono voluti anni per rimuovere gli effetti di indagini errate o volutamente errate”. E alla fine “è arrivata l’ora della verità su questa vicenda che ha inciso il tessuto democratico: in questo modo, dopo 43 anni, diritto e giustizia potranno coincidere”.