Attesa media di quindici mesi per una mammografia. Un anno per una risonanza magnetica. Ecodoppler o Tac? Almeno dieci mesi. Si allungano i tempi anche per operazioni e visite. Da mettere in conto poi le cattive condizioni delle strutture, le difficoltà nel rapporto con i medici di famiglia, i deficit e i costi dell’assistenza residenziale e domiciliare. La fotografia del XIX Rapporto Pit Salute del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva, presentato a Roma, è basata su 21.493 segnalazioni relative al 2015. Il Servizio sanitario nazionale, in particolare sulle prestazioni meno complesse come analisi del sangue ed ecografie, non è più la prima scelta per i cittadini, che si stanno abituando sempre di più a considerare il privato e l’intramoenia come prima opzione. Il sistema pubblico resta invece quasi insostituibile per le prestazioni a più alto costo o che necessitano dell’impiego di alte tecnologie e professionalità, ferme restando le crescenti difficoltà di accesso. Da un lato diminuiscono le segnalazioni di liste di attesa per esami diagnostici semplici, crescono invece decisamente per gli interventi chirurgici (35,3% nel 2015 contro il 28,8% del 2014) e per le visite specialistiche (34,3% contro il 26,3%). Tema trasversale quello dei costi privati per curarsi, troppo pesanti per le tasche dei cittadini: più di uno su dieci segnala l’insostenibilità economica delle terapie. Nell’ambito delle segnalazioni sui ticket pesano soprattutto i costi per diagnostica e specialistica; segue la mancata applicazione dell’esenzione. Dal dossier emergono cifre sostanzialmente stabili sulla presunta malpractise -errori sanitari- ma si sottolinea un peggioramento delle condizioni delle strutture legato soprattutto al malfunzionamento dei macchinari, alle precarie condizioni igieniche e agli ambienti fatiscenti. Aumentano inoltre i problemi con pediatri e medici di famiglia. Le principali questioni riguardano il rifiuto di prescrizioni da parte del dottore, gli orari inadeguati di ricevimento, la sottostima del problema di salute. Sul capitolo assistenza residenziale, un terzo dei cittadini lamenta la scarsa sorveglianza medico-infermieristica, un altro terzo i costi eccessivi per le rette della degenza, e poi le lunghe liste di attesa e la distanza dal domicilio della famiglia. Tra i settori critici troviamo anche i servizi per la salute mentale: vengono segnalati ricoveri in strutture inadeguate, difficoltà dei parenti nella gestione della problematica, scarsa qualità dell’aiuto fornito dal Dipartimento o dal centro di salute mentale. Per l’assistenza domiciliare molte segnalazioni riguardano le difficoltà di avere informazioni e la complessità nell’iter di attivazione. Nell’ambito ospedaliero i maggiori disagi si registrano nell’emergenza-urgenza: chi ricorre al Pronto soccorso è costretto ad aspettare sempre troppo, e poche strutture spiegano come viene assegnato il triage. Altro ambito difficile è quello dei ricoveri. Numerosi i casi di rifiuto, o perché il ricovero viene ritenuto inappropriato dal personale medico o per tagli ai servizi. Nota dolente infine sui farmaci e non solo per ciò che riguarda i costi: mancanza di informazioni sulle nuove terapie, indisponibilità di alcuni medicinali per carenza in farmacia o ritiro dal mercato.

“I cittadini si stanno ormai abituando a considerare il privato e l’intramoenia come prima scelta. Non perché non vogliano usufruire del sistema sanitario nazionale, ma perché vivono ogni giorno un assurdo, per tempi e peso dei ticket” . L’intervista a Tonino Aceti, Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato di Cittadinanzattiva:

 

foto-luigi-benedetto-arru-1La Sardegna è una delle poche Regioni in Italia che non applica il ticket sui farmaci. Ma tra le criticità restano le lunghissime liste d’attesa e i problemi di organizzazione ospedaliera, come conferma Luigi Benedetto Arru, assessore regionale alla Sanità: