foto-uno-migrazioni-ambientaliE’ una delle facce della migrazione contemporanea. Uomini e donne costretti ogni anno a lasciare i propri territori a causa degli impatti dei cambiamenti climatici e delle alterazioni degli ecosistemi indotte da fattori antropici. Il fenomeno dei cosiddetti profughi ambientali è di rilevanza primaria e di intensità forse addirittura superiore a quello dei profughi di guerra. Secondo l’Organizzazione mondiale delle migrazioni attualmente la probabilità di essere sfollati a causa di un disastro è salita del 60% rispetto a 40 anni fa. E il risultato è un cambiamento geopolitico e demografico che può definirsi strutturale e condizionerà i prossimi decenni. Partendo da una citazione di Papa Francesco -per il quale la stessa logica che rende difficile prendere decisioni drastiche per invertire la tendenza al riscaldamento globale è quella che non permette di realizzare l’obiettivo di sradicare la povertà- e alla luce della recente Cop 22 di Marrakech, si è aperta oggi 1 dicembre a Roma la prima Conferenza internazionale dedicata al fenomeno delle migrazioni causate dai cambiamenti climatici promossa da Legambiente. Dal 2008 al 2015, secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre del Norvegian Refugee Council che studia a livello mondiale il fenomeno degli sfollati interni agli Stati, ci sono state oltre 202 mlioni di persone delocalizzate/sfollate, il 15% per eventi geofisici come eruzioni vulcaniche e terremoti, e l’85% per eventi atmosferici. Dati sostanziosi anche dall’Unchr del Global trend 2016, che parla di quasi 41 milioni di profughi interni/sfollati nel solo 2015. Africa sub-sahariana, Asia, America Centrale e tutte le regioni interessate da processi climatici suscettibili di inasprire la sopravvivenza renderanno il fenomeno sempre più ampio. Evidente che ci troviamo di fronte ad un intreccio perverso di cause, tra loro complementari, che ha reso molte terre inabitabili a causa di guerre, cambiamenti climatici e disastri ambientali, fame, povertà, disuguaglianze, dittature e persecuzioni. In questi contesto la lotta per l’accaparramento delle fonti energetiche, delle risorse idriche e delle terre fertili gioca un ruolo decisivo. L’Onu stima che entro il 2020, 60 milioni di persone potrebbero spostarsi dalle areee desertificate dell’Africa sub-sahariana verso il Nord Africa e l’Europa. Riguardo all’acqua, 1,8 milioni di persone entro il 2025 potrebbero viverre in condizioni di scarsità idrica assoluta, mentre due terzi della popolazione globale potrebbe soffrire di tensioni causate dalla difficoltà di accesso all’oro blu. Le previsioni sul potenziale numero di migranti ambientali entro il 2050 variano da 50 milioni a 350 milioni. Fra l’altro gli “eco-profughi” non esistono da un punto di vista giuridico, non rientrano nella figura di rifugiato riconosciuta dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e dai Protocolli successivi, quindi a livello di protezione internazionale non hanno alcun diritto. Occorre che l’Europa, chiede Legambiente, si faccia promotrice presso le Nazioni Unite di una revisione della Convenzione di Ginevra affinché colmi il vuoto normativo sui profughi ambientali e economici. La rivoluzione energetica e la lotta per contrastare i mutamenti climatici rappresentano -sempre secondo l’associazione- l’antidoto strategico più sicuro per costruire una giustizia climatica a livello globale, premessa indispensabile per ridurre la povertà, ridurre i flussi migratori e marginalizzare le cause di conflitto.

“Dalla Cop 22 di Marrakech è arrivato un segnale forte sul fronte della lotta al global warming, ma c’è ancora molto da fare sul sostegno finanziario dei paesi industrializzati all’azione climatica dei paesi poveri”.                              La presidente di Legambiente, Rossella Muroni

L’uomo ha ormai cambiato il clima e continua a cambiarlo. Il fenomeno delle migrazioni ambientali è dunque destinato a cronicizzarsi. Aumenterà anche il numero di coloro che lasceranno il proprio territorio a causa delle guerre causate dall’insorgere di squilibri ambientali.                                            L’intervista audio a Gianni Silvestrini, Direttore scientifico del Kyoto Club